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SUL FALSO E SUL VERO POPULISMO

populismo

Secondo il dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti, il significante “populismo” – dall’inglese “populism”, derivato di “populist” – può assumere i seguenti significati:

1 – Atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare demagogicamente il ruolo e i valori delle classi popolari;

2 – (spregiativo) Atteggiamento demagogico volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità;

3 – Movimento rivoluzionario russo che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo propugnava l’emancipazione delle classi contadine e dei servi della gleba attraverso la realizzazione di una sorta di socialismo rurale;

4 – In ambito artistico, raffigurazione idealizzata del popolo, presentato come modello positivo.

Per estensione:

Qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

Il lettore potrà facilmente notare come, dei quattro significati – tre, ove si vogliano espungere dall’elenco il quarto, attinente a un ambito metapolitico e metasociale di chiara matrice simbolista, e il quinto, assorbito dal secondo -, l’unico cui in Italia e in Europa si riconduca il termine nel suo utilizzo nel dibattito politico sia quello, spregiativo, di “atteggiamento demagogico volto ad assecondare acriticamente le aspettative del popolo”.

Nel Belpaese, dopo la breve stagione dell’ “Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini, negli anni ’40 del secolo scorso, il suo uso è tornato recentemente e prepotentemente in auge insieme a quello, privo di significato sostanziale perchè affetto da intima contraddizione semantica, di “antipolitica” (l’ “antipolitica” esaurisce se stessa nel “fare politica”), per edificare una nebulosa categoria di pretesa minorazione intellettuale entro cui confinare un soggetto politico emergente – il Movimento 5 Stelle -, percepito come “pericoloso” per l’ordine costituito e irredimibilmente “diverso” da ogni aggregazione affacciatasi in passato sulla ribalta politica dell’Italia repubblicana.

Secondo la vulgata storiografica prevalente, populisti furono i tiranni aristocratici greci e sicelioti del VII, VI e V secolo a.C. che intesero, impadronendosi del potere, dare nuovo impulso al processo di crescita della sfera pubblica (che sarebbe poi approdato all’esperienza democratica radicale nell’Atene periclea); populista fu lo scaltro e ambizioso alcmeonide Alcibiade, l’ultimo dei grandi ateniesi del V secolo a.C., che, al netto di ogni ambiguità, servì fino all’ultimo la patria cercando di evitare la disfatta epocale poi inflittale dalla strana coalizione spartano-persiana; populisti furono senz’altro due personaggi audaci e scomodissimi, invisi al ceto corporativo senatorio della Res Publica romana del II secolo a.C. – quei fratelli Gracchi che intesero riformare, ridisegnando la sclerotizzata politica agraria dei maiores in favore della plebe urbana e rurale, l’architettura politico-istituzionale della Repubblica – avviandone di fatto il declino in favore del Principato.

Per niente populista fu, invece, per invincibili ragioni storiche, il sovrano altomedievale ostaggio dell’aristocrazia fondiaria feudale e, sotto certi aspetti, il vicerè spagnolo che resse Napoli dai primi anni del XVI secolo fino al 1707 facendone tragico grumo di privilegi aristocratici e altoborghesi, paradiso della rendita parassitaria, incubatrice di un lumpenproletariat “lazzaronesco” (proletariato straccione) che ne avrebbe segnato per sempre la storia sociale, economica e culturale – incrostandone oleograficamente la percezione ben al di là di quanto il suo effettivo peso nella struttura sociale cittadina potesse giustificare.

Populisti furono ancora, invece, gli ultimi miopi e incapaci Borboni di Napoli che consegnarono all’Italia unita una ex capitale alle soglie di una (incompiuta) rivoluzione industriale) e un Mezzogiorno in tragico ritardo, disperatamente ultimo in Europa – in balia, soprattutto nelle province, di un’assenza pressochè totale di progresso civile, morale, materiale.

Sarebbe possibile, sebbene superfluo, continuare con esempi del recente passato novecentesco.

Dalla digressione storiografica emerge incontrovertibilmente come il “populismo” non possa essere storicamente ed automaticamente associato, come categoria, a temperie di regresso politico, sociale, civile, economico, culturale, o ad epoche permeate di oscurantismo egualitaristico.

Ed emerge, altrettanto incontrovertibilmente, come, di contro, un’azione politica non (considerata) “populista” sia stata spesso prodromica di dinamiche regressive sul piano politico, sociale ed economico.

Risulta dunque evidente come il significato corrente del termine “populismo” sia, almeno sul piano storico, del tutto insufficiente e inadeguato per delinearne i tratti caratterizzanti e delimitarne univocamente gli effetti sul piano politico, economico e sociale.

Appare pertanto necessario ricercarne uno nuovo, piu’ pregnante.

Esso, a ben vedere, non può che inferirsi partendo da ciò che sicuramente vi è sotteso, e cioè:

LA NEGAZIONE DI OGNI DISSENSO.

Il filosofo Diego Fusaro scrive, in un acutissimo saggio breve edito da Einaudi intitolato “Pensare altrimenti”, che “l’ordine dominante non reprime, oggi, il dissenso. Ma opera affinchè esso non si costituisca. Fa in modo che il pluralismo del villaggio globale si risolva in un monologo di massa. Perciò dissentire significa opporsi al consenso imperante, per dare vita alla possibilità di pensare ed essere altrimenti”.

Goethe, dal canto suo, scrisse che “nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo”.

Viviamo – noi italiani, gli altri europei, gli “occidentali” in genere – nella gabbia d’acciaio del mercato globale, del mondialismo finanziario post-industriale degli apolidi signori del capitale e della politica asservita alle logiche ateo-materialiste della neosocietà nichilista performante in cui l’individuo non è che atomo-consumatore e in cui sovranità e stato sociale sono sottoposti a una inesorabile opera di scarnificazione.

Vi conduciamo un’esistenza penosa e spensierata, vittime inconsapevoli di bieche politiche monetariste imposte da oscuri tecnocrati non eletti che manovrano sinistramente le leve del potere consegnandoci a un futuro-angoscia al quale l’essere umano è sacrificato sull’altare di perverse logiche orientate al profitto ordocapitalistico e alla rendita finanziaria speculativa e parassitaria.

E’, questa, la realtà distopica – fatta di reiterati furti di sovranità (monetaria, normativa, fiscale, economica); d’inesorabili, impalpabili, subliminali, continue compressioni delle libertà fondamentali di pensiero, associazione, parola; di protervi attentati al diritto naturale alla felicità; di proditori attacchi allo stato sociale – dei moderni uomini-schiavi ebbri di falsa libertà.

La storia dell’umanità è storia di dissensi.

“La rivoluzione, la ribellione, la defezione, la protesta, la rivolta e l’ammutinamento civile, l’antagonismo e il disaccordo, la disobbedienza, la resistenza, la contestazione, sono tutte forme del dissenso”.

“Dissentì Prometeo dinanzi all’ordine divino che imponeva la subalternità dei mortali, e poi Socrate, dinanzi alle leggi ingiuste della polis ateniese. E Spartaco, Catilina con l’efferata audacia della sua congiura, Lutero con le sue tesi ardite. Ancora, Giordano Bruno, Cromwell, i movimenti americani contro le guerre del Vietnam e della Corea, e Marx e Lenin contro le leggi del capitale”.

“Dissentirono gli antifascisti in Italia e Pasolini contro il nuovo fascismo della civiltà dei consumi, i rivoluzionari in Francia nel 1789, e i Russi nel 1917. E poi, ancora, Mandela, Che Guevara e, semplicemente disobbedendo, Ghandi”.

In tempi più recenti, dissentirono a Genova, nel 2001, i “no Global”, e dissentono ancora, ogni giorno, i comitati di fabbrica contro i piani selvaggi di ristrutturazione aziendale che impongono delocalizzazioni, demansionamenti, sradicamenti, anomia, mobilità insostenibile, tagli inaccettabili ai salari.

“Dissentì Cristo”, che nell’evocare la Gerusalemme Celeste si oppose alle ingiustizie di quella terrena.

Ebbene, lungi dall’essere “populisti” – nel senso “intimo” connesso alla pregnante definizione appena fornita – le donne e gli uomini del Movimento 5 Stelle non fanno altro che rivendicare strenuamente, attraverso la loro partecipazione politica, il proprio sacro, inviolabile, incomprimibile diritto-dovere a dissentire.

E’, DUNQUE, IL DISSENSO – contro l’ordine politico costituito; contro la burocrazia asfissiante che mina la competitività del Paese; contro le cattive leggi; contro l’ipernormazione e le leggi ad personam; contro il sistema partitocratico; contro le dissennate politiche ambientali di governi ciechi; contro una classe politica inetta, corporativa, ripiegata su se stessa e incapace di intercettare le istanze della società civile; contro l’Europa dei banchieri, dei tecnocrati e dei nuovi fascismi finanziari; contro l’abietta logica utilitaristica asservita al profitto-a-qualsiasi-costo; contro lo smantellamento dello stato sociale; contro la morte di ogni Umanesimo; contro le sperequazioni in ogni loro declinazione; contro l’immobilismo reazionario della classe dirigente; contro gli innumerevoli centri di potere che paralizzano l’attività della pubblica amministrazione; contro la cattiva scuola; contro l’incertezza del diritto e delle pene; contro i potentati, le dinastie baronali, il familismo amorale; contro tutte le mafie – LA MATRICE COSTITUTIVA DEL MOVIMENTO 5 STELLE.

Il dissenso che le pietrificate, sclerotizzate compagini partitiche italiane intendono anestetizzare al loro interno – creando le condizioni per un artificioso, asettico, pletorico consenso intorno a logori stereotipi di falsi leader magniloquenti, ignoranti, pregni d’hidalghesca albagia – e reprimere all’esterno affinche’ nulla possa turbare l’ordine costituito di cui esse stesse sono garanti.

DISSENSO CHE E’ ANTITESI DI OGNI POPULISMO.

Dissenso da difendere, custodire, garantire nella possibilità del suo libero dispiegarsi.

Dissenso potenzialmente, democraticamente e virtuosamente sovversivo, da coltivare attraverso la costante mobilitazione delle coscienze, da alimentare mediante la costruzione possibile di un consenso libero, democratico, ab solutus – sciolto, cioe’, da ogni scellerato vincolo veteropartitocratico di coalizione.

DISSENSO DA TRAMUTARE IN CONSENSO INTORNO ALL’IDEA BELLA, PROMETEICA, DI UNA NUOVA ITALIA, DI UNA NUOVA SOCIETA’, DI UNA NUOVA POLITICA CHE RECHI IN SE’ GLI ANTICORPI CONTRO L’UNICO, VERO POPULISMO: QUELLO DEL POTERE VANAGLORIOSO E PLETORICO CHE DISSIMULANDO LA PROPRIA ESSENZA AUTORITARIA NON FACCIA ALTRO CHE TENTARE DI PERPETUARE SE STESSO.

 

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::: IL TRIBALISMO FISCALE DI ZAIA ::: #ReferendumAutonomia #ReferendumVeneto #ReferendumLombardia #Zaia #Maroni

Secondo Eraclito, condizione dell’eterno fluire in cui si sostanzia la Realtà è il perenne “conflitto degli opposti”; per questa via egli potè giungere ad affermare come la guerra – “Pòlemos” – sia all’origine di tutte le cose. 

Luca Zaia, che di certo ne avrà appassionatamente studiato l’impianto speculativo, deve aver pensato che Eraclito avesse ragione, e che il lungo cammino verso la sua personalissima verità politica non potesse prescindere da un conflitto strumentale da combattere e vincere a ogni costo con le armi della cattiva retorica.

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E’ storia di queste ore: La pletorica liturgia referendaria intrisa d’etica nichilista, materialista e performante fortemente voluta dal nuovo doge è stata infine officiata.

La partecipazione dei Veneti, tristemente ripiegati su se stessi, in balia della sciagurata demagogia muscolare leghista, è stata, com’era facilmente prevedibile, entusiastica, massiccia e apoditticamente orientata a sostenere il nuovo messia del tribalismo fiscale nella sua prometeica lotta contro gli altri italiani.

Del resto, non era lecito dubitare del risultato: Anche i Calabresi, i Molisani, i Campani, i Pugliesi, i Lucani, piuttosto che i Sardi, i Siciliani o gli Abruzzesi, avrebbero votato compatti come i loro compatrioti Veneti se qualche tribuno avesse loro prospettato la possibilità di pagare meno tasse e avesse loro chiesto di esprimersi in merito.

Ma nel caso di specie, in gioco non v’e’ materia che possa lasciarsi nella disponibilità della volontà di una (piccola) parte del Popolo italiano: Lo scontatissimo esito referendario rischia di sfociare nella lesione del principio costituzionalmente sancito del vincolo di solidarietà fiscale e, sul piano ideale, sociale e culturale, contribuendo a fomentare sterili, anacronistici e pericolosi campanilismi di matrice sovranista regionale, d’incrinare la già precarissima e provatissima coesione “nazionale”.

Che si trattasse di mero e sgangheratissimo avventurismo politico in salsa leghista fu lampante sin da quando Zaia annunciò la volontà di indire la consultazione referendaria in Argentina, al circolo della comunità trevigiana (una delle tappe del suo tour in America Latina per incontrare gli emigranti dall’ex Serenissima Repubblica). Milioni di persone con una vita distante decine di migliaia di chilometri dal Belpaese – e in quanto tali non legittimate a esprimersi in merito a questioni interne di politica fiscale – che il novello Masaniello veneto avrebbe voluto tuttavia coinvolgere nel referendum autonomista nel tentativo di costruire un consenso quanto più ampio possibile intorno alla sua persona – da spendere in vista delle elezioni politiche per guadagnarsi una cadrega capitolina.

Non ritengo affatto, si badi, che le istanze di cui Zaia si fa strumentalmente portatore (per carrierismo politico?) riposino su motivazioni e rivendicazioni infondate e irricevibili: Come acutamente rilevato dalla deputata PD Laura Puppato in un articolo pubblicato nei giorni scorsi sul “Fatto Quotidiano”, non puo’ disconoscersi come in Veneto vi sia, profondamente radicato, un anelito diffuso a una maggiore e più pregnante autonomia locale.

Nè intendo qui derubricare, liquidandola, l’intera faccenda al rango di mero folclore: Se così fosse darei prova di una miopia e di una grettezza politica pari almeno a quelle dell’ineffabile classe dirigente leghista di Palazzo Balbi.

Ma a suffragare le mie convinzioni circa i reali motivi che hanno condotto Zaia a percorrere l’inutile, demagogica strada del referendum – nonostante vi fosse lo spazio per un percorso politico condiviso – sta il fatto che lo stesso Zaia (così come Roberto Maroni), allora ministro del governo Berlusconi, fu complice zelante dell’inerzia che Roma oppose alla richiesta di maggiore autonomia già allora (era il 2008) avanzata dal presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan.

Vi sono, però, alcune categorie giuridiche e macroeconomiche (per tacere di quelle storiche e culturali di cui tratterò, magari, in separata sede) – sulle quali val la pena di riflettere per meglio comprendere come l’accidentatissima strada imboccata dalla Regione Veneto sia del tutto impercorribile.

A) NEL MERITO GIURIDICO: PROFILI DI ILLEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE

Sgombro subito il campo dagli equivoci: Con i due referendum consultivi è stato chiesto ai veneti e ai lombardi un mero parere sulla richiesta, da parte delle Regioni Lombardia e Veneto, di una maggiore autonomia da parte dello Stato:

Nessuna secessione, dunque, né violazione dell’ordinamento costituzionale: Solo una consultazione popolare attraverso lo strumento principe della democrazia diretta.

I risultati referendari, è palmare, conferiranno maggiore potere contrattuale alle Regioni nell’ambito delle legittime trattative con lo Stato sull’autonomia fiscale e finanziaria regionale. La censura costituzionale potrebbe riguardare unicamente il contenuto delle richieste (Zaia ha già rivendicato, con improbabile piglio da caudillo, lo Statuto speciale) – che potrebbero essere avanzate dai Governatori, forti del consenso elettorale conseguito.

L’articolo 116 della Costituzione statuisce che […] Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere 1), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’art. 119.

Questo comma si riferisce al cosiddetto regionalismo differenziatocioè alla possibilità che anche Regioni non dotate di Statuto speciale ottengano maggiore autonomia in relazione ad alcune materie nel rispetto dei principi che, in ambito finanziario, gravano sugli enti locali ai sensi dell’art. 119 della Costituzione (le materie in esame sono sia concorrenti – per esse lo Stato fissa la normativa “quadro” e le Regioni quella di complemento – sia esclusive – cioè riservate allo Stato).

L’articolo 117 della Costituzione statuisce che […] Lo Stato ha LEGISLAZIONE ESCLUSIVA per quanto concerne il sistema tributario e contabile dello Stato, l’armonizzazione dei bilanci pubblici e la perequazione delle risorse finanziarie.

L’articolo 119 costituzionalizza il cosiddetto sistema della finanza ordinaria”, infulcrato sulle entrate proprie delle Regioni e sulla partecipazione a quelle statali riferibili al loro territorio – in base al principio della territorialità dell’imposta (per cui almeno una parte dei ricavato di una imposta deve essere destinato alla comunità che lo ha generato).

L’autonomia finanziaria costituzionalmente riconosciuta alle Regioni (e, dopo la riforma del 2000-2001, anche ai Comuni e alle Province) non è assoluta (cioè sciolta da vincoli): Essa incontra almeno due limiti invalicabili:

1) I principi costituzionali in materia finanziaria di cui agli artt. 23 e 53 della Costituzione, che non possono essere violati;

2) La competenza costituzionalmente sancita dello Stato a disciplinare le linee guida della finanza pubblica, anche locale, e dell’ordinamento tributario.

Senza contare la costituzionalizzazione del fondo perequativo che già aveva trovato una sua dignita’ normativa nella legge ordinaria a partire dal 1997 – cioè dal momento in cui furono diminuiti i trasferimenti statali in materia finanziaria a favore delle Regioni (nell’istituire il meccanismo perequativo, infatti, il legislatore aveva tenuto conto della possibilità che con il nuovo – anche se parziale – sistema di entrate proprie si creassero squilibri tra le Regioni, ciò che poteva non consentire più certi standards minimi nei servizi essenziali).
Che margine di negoziazione hanno, quindi, le Regioni su fisco e tasse?
Alla luce del dettato costituzionale, ad eventuali maggiori competenze potranno davvero corrispondere anche maggiori risorse?

E’, questo, il tema più scottante dell’intera vicenda; su di esso sono divisi anche i costituzionalisti e su di esso si consumerà, probabilmente, il braccio di ferro degli autonomisti con il governo.

Per quanto concerne lo scrivente, la risposta è NO:

L’ordito costituzionale costituisce un organico, virtuoso, INVALICABILE reticolato di garanzie a protezione del principio di solidarietà e di perequazione fiscale.

Pertanto, qualora si desideri ridiscutere, per darvi piu’ concreta e compiuta attuazione in deroga ai limiti costituzionalmente posti alle modalità della sua esplicazione, il principio di autonomia fiscale e finanziaria che la Costituzione riconosce per TUTTE le Regioni, sarà necessario intraprendere un iter che sfoci nell’amplissimo consenso parlamentare richiesto per la revisione delle leggi costituzionali.

Con buona pace di Zaia (e di Maroni).

B) NEL MERITO MACROECONOMICO

“Pòlemos” ruota intorno al cosiddetto “residuo fiscale”.

il “residuo fiscale” è una grandezza scaturente dalla somma algebrica tra il totale del gettito fiscale che una Regione versa allo Stato e la frazione di esso che ritorna nel territorio regionale attraverso trasferimenti, investimenti pubblici e servizi erogati ai cittadini ivi residenti.

La si può esprimere altrimenti come rapporto tra sommatoria dei trasferimenti, degli investimenti pubblici e dei servizi erogati dallo Stato a una Regione e il totale del gettito fiscale che la stessa versi allo Stato.

Per le Regioni governate da Zaia e Maroni, tale rapporto esprime attualmente una grandezza abbondantemente inferiore a 1 – e ad esempio la Regione Lombardia punterebbe, attraverso il conseguimento di una completa autonomia fiscale e finanziaria, a riequilibrare il rapporto trattenendo sul proprio territorio metà del “residuo fiscale” (ammontante a 54 miliardi di Euro) – vale a dire circa 27 miliardi di Euro.

Orbene, se Veneto e Lombardia fossero entità statuali indipendenti e sovrane, evidentemente nulla quaestio. Ma, purtroppo per Zaia e Maroni, esse sono parte integrante di uno Stato regionale unitario non federale in cui alle regioni non è conferita autonomia fiscale e finanziaria se non nei limiti stabiliti dalla Costituzione, affinchè siano garantiti perequazione nella distribuzione del gettito fiscale, solidarietà fiscale, omogeneità degli standard dei servizi erogati in ciascuna regione.

«Se molte regioni del Nord hanno un saldo della bilancia commerciale positivo lo devono anche al Mezzogiorno, dove esportano moltissimo. Campania, Puglia, Calabria e Basilicata risultano infatti caratterizzate da una forte propensione all’importazione di beni da altre aree del Paese e da un interscambio regionale prevalentemente orientato all’interno».

Sono parole pronunciate nel 2010 dal neo direttore generale della BCP (Banca di Credito Popolare di Torre del Greco), Felice Delle Femmine, all’epoca responsabile Country Development & Value Optimization Italia e Regional Manager Sud Italia di Unicredit S.p.A.).

Uno studio condotto nel 2010 proprio da Unicredit ha contribuito a sfatare, ammesso ce ne fosse bisogno, il trito luogo comune secondo cui il Mezzogiorno non sarebbe che un  “parassita” del ricco Settentrione.

In poche parole, uno dei principali istituti bancari italiani (peraltro con sede a Milano) ha certificato che se il Nord fattura molto, e le aziende lombarde e venete chiudono i propri bilanci con risultati più che lusinghieri e con cospicui flussi reddituali, è (anche) grazie alla proficua esportazione in Campania, Puglia, Calabria e Basilicata“regioni che risultano caratterizzarsi per una forte propensione all’importazione di beni da altre aree del Paese e da un interscambio regionale prevalentemente orientato all’interno”.

Il Mezzogiorno, dunque, rappresenta un grande mercato di sbocco per le imprese settentrionali, e la sua domanda aggregata assorbe buona parte della loro produzione.

L’indagine svolta da Unicredit, attuale e facilmente reiterabile, dimostra inconfutabilmente come, senza il Mezzogiorno, il Nord non sarebbe così ricco.

Se i consumatori meridionali decidessero all’improvviso di leggere con puntiglio calvinista l’etichetta dei prodotti a scaffale nei punti vendita della grande distribuzione organizzata, si accorgerebbero di come la maggior parte delle aziende alimentari e manifatturiere abbia la propria sede legale al Nord. Difficilmente s’imbatterebbero in prodotti fabbricati da aziende con sede legale al Sud (a loro volta praticamente impossibili da trovare al Centro e al Nord – perché le aziende meridionali non hanno la “forza” di esportarvi).

Si, avete capito bene: Stabilimenti al Sud (manodopera e materie prime a basso costo), sedi legali al Nord.

Proseguiamo.

Sappiate che quando acquistiamo un prodotto, parte delle imposte sul reddito riveniente dall’acquisto versate dalle aziende produttrici ritorna nelle casse delle regioni ove è situata la sede legale dell’azienda.

Esempio: Chi acquisti un panettone “Tre Marie” a Napoli o a Palermo finanzia indirettamente la Lombardia, poiché Galbusera ha sede legale a Morbegno, in provincia di Sondrio, e versa dunque le imposte alla sua regione.

Altro esempio: Se un’azienda “X” ha la propria sede legale a Treviso, ma l’unità produttiva è ubicata a Mondragone, paga le proprie tasse in Veneto.

In tal modo, poichè la stragrande maggioranza delle aziende del comparto alimentare e manifatturiero ha la propria sede legale a Nord, tutto il disavanzo fiscale di cui berciano le istituzioni delle regioni settentrionali, Lombardia e Veneto in primis, DAL SUD RITORNA AL NORD – e pure con gli interessi!

E’ inoltre facile rendersi conto di come, in virtù del diabolico meccanismo “sede legale al Nord / unità produttive al Sud” e a causa dello storico squilibrio nella modulazione degli investimenti statali tra le varie aree del Paese (al Nord s’investe di più), oltre il 90% dei finanziamenti a suo tempo erogati dall’allora Cassa del Mezzogiorno sia stato “dirottato” verso le grandi aziende del Nord (che in molti casi intascavano fondi pubblici per poi abbandonare il territorio dopo averne alterato distopicamente il paesaggio culturale – si pensi alle alle tante, lugubri “cattedrali nel deserto”).

Il quadro appare sinistramente completo se a tutto ciò si aggiungano: a) L’irrisolta carenza infrastrutturale del Sud e b) la tendenza a organizzare i grandi eventi (si pensi, da ultimo, a Expo) da Roma in su.

Provate adesso a pensare a cosa potrebbe accadere se anche le regioni del Sud – sul cui territorio, ribadisco, sorgono spesso gli stabilimenti industriali delle aziende che hanno sede legale al Nord – chiedessero una piena autonomia fiscale e finanziaria.

Esse, a mero titolo esemplificativo, potrebbero innanzitutto stabilire che le tasse restino nella regione dove è ubicata l’unità produttivaOppure, in alternativa, decidere che esse rimangano nella regione in cui viene effettuato l’acquisto.

In questo modo gli acquisti dei “meridionali” finanzierebbero indirettamente le casse delle regioni meridionali (che potrebbero poi usare il maggior gettito fiscale per investire nella sanità, nell’istruzione, nelle infrastrutture o per creare occupazione), mentre quelle pingui delle regioni settentrionali subirebbero, esemplare caso di eterogenesi dei fini e con sommo scorno dei paladini del regionalismo tribale padano, un’emorragia epocale.

In soldoni, non esiste alcuna “questione settentrionale” – non, almeno, nei termini in cui essa viene posta dalle amministrazioni regionali “padane”. E in ogni caso la ragione storica imporrebbe una riflessione ulteriore su quella meridionale, secolare e irrisolta, alla quale bisognerebbe accordare, nell’interesse del Paese, priorità assoluta.

Chiunque sia dotato di un minimo di consapevolezza e di profondità storica si renderà conto di come una simile, perversa concatenazione di eventi porterebbe a un irreversibile scollamento politico, istituzionale e sociale, e allo sgretolarsi definitivo di una coscienza identitaria “nazionale” faticosamente edificata sulle ceneri dell’Italietta rurale del secondo dopoguerra.

Se per avventura, dunque, incontrassi al bar il granitico governatore veneto, non potrei esimermi dal rammentargli l’antico adagio:

“A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”.

E dall’offrirgli un buon caffè napoletano.

Un bicchiere di “Rosatellum” (e gli atroci dilemmi del MoVimento) #M5S

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Non credo sia necessario scomodare – come pure qualche avvertito osservatore ha fatto di recente – un esoterico “codice europeo di buona condotta” (alzi la mano chi ne abbia mai sentito parlare) per sancire il disvalore di una pratica che sarebbe apparsa esecrabile financo durante la dittatura della maggioranza in cui consisteva la democrazia periclea dell’Atene del V secolo a.C.

Alludo – per chi non l’avesse già intuito – all’ordalia parlamentare da cui dovrebbe scaturire, nell’imminenza del voto, una nuova legge elettorale.

È ovviamente superfluo sottolineare quanto sia deplorevole indulgere in simili maneggi, perpetrati in spregio a qualsivoglia prassi democratica matura; vi lascio al dato, dunque, e non mi accanirò oltre contro i nostri ineffabili parlamentari.

Ma mi sia concesso, almeno, di abbandonarmi a una cupa tristezza autunnale nel constatare come il vulnus così arrecato ai principi che dovrebbero informare una “moderna” democrazia rappresentativa non sia stato minimamente percepito dai portavoce romani del MoVimento 5 Stelle.

La tristezza diviene vieppiù triste, screziandosi di disincanto, laddove si consideri come il MoVimento sia l’unico soggetto politico in Italia che in questo frangente storico non avrebbe bisogno di ricorrere a simili aberranti pratiche post-democratiche per costruire consenso.

La legge elettorale andrebbe riscritta solo in casi “eccezionali”, quale ad esempio la sopravvenuta inadeguatezza del suo portato in relazione a mutamenti sociali, antropologici, economici intervenuti nel Paese successivamente alla sua promulgazione, tali da minarne la sintonia con la contemporaneità.

Dunque, nè “prima” nè “dopo” le elezioni, ma ECCEZIONALMENTE quando NECESSARIO.

Prosit.

 

Sanghenapule (Vita straordinaria di San Gennaro): Viaggio mirabile tra teatro e lectio magistralis.

Ancestrale. Suggestivo. Coinvolgente.

Non v’è miglior modo che ricorrere a questa triade di aggettivi per raccontare, interiorizzandola e distillandone l’essenza, l’esperienza sensoriale e intellettuale vissuta assistendo allo spettacolo di Roberto Saviano e Mimmo Borrelli.

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Un allestimento a metà tra il teatrale e la lectio magistralis; un Saviano sorprendente nell’eloquio, fluido e convincente.

Un mirabile viaggio nel tempo tra sacro e profano, paganesimo e cristianesimo delle origini, fede e superstizione, Storia e leggenda. Rievocazione del metafisico, espressione profonda dell’anelito alla rappresentazione dell’inconoscibile talora priva, per evidente scelta, di profondità storica, eppure efficacissima.

L’approdo, infine, con sublimi incursioni nel sostrato intellettuale illuminato dei grandi pensatori settecenteschi del Reame, al messaggio profondo, etico e civico, di cui Saviano si fa da sempre portatore: La necessità di lottare, sempre, per l’effettività del diritto alla Felicità.

Felicità da perseguire concretamente, come postula il grande Gaetano Filangieri, attraverso la costruzione di un “buon governo” infulcrato su Leggi Giuste.

Affinchè ogni napoletano – ogni Uomo – possa “vedere il Mare”.

L’ARMONIA PERDUTA: UN’ORIGINE TRASCENDENTALE DEL “BELLO”

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Sarebbe impresa ardua stabilire, anche solo con sufficiente approssimazione, quante volte siano state evocate – e rivendicate, e inastate sul labaro dell’antiecumenismo da parte dell’intellettualita’ e delle istituzioni cattoliche – le pretese “radici cristiane dell’Europa”. Di esse si e’ anche recentemente lamentata, con veemente indignazione e sommo disdoro, l’espunzione dalla “Costituzione Europea” (qualunque cosa riteniate essa sia). Un’espunzione evidentemente percepita come sorta di mancato suggello di un millenario processo iniziato con l’ “Editto di Costantino” del 313 e proseguito con il “Cunctos Populos” di Teodosio il Grande del 380 – quando, con la sanzione del supremo patto tra potere imperiale e Nova Religio, attraverso il riconoscimento ufficiale del cristianesimo come unica confessione “licita” dell’Impero fu deciso di sacrificare una prima volta, sull’altare di una “real politik” ante litteram, l’eredita’ ideale e spirituale delle antiche civiltà’ indoeuropee.

Tali rivendicazioni superano, a ben vedere, la vera portata di quegli atti; esse riposano, infatti, sulla necessaria obliterazione storica delle “vere” radici  dell’ Eidos “occidentale”, il cui processo di formazione, muovendo dall’originaria “comunione” con le antiche civiltà del “Vicino Oriente”, a un certo punto imbocco’ un sentiero evolutivo peculiare sfociato nella nascita di “culture composite” (le civilta’ egee dell’ “Eta’ del Bronzo”) che avrebbero incubato, costituendone – ESSE SI – il sostrato “ideale”, il Pensiero “occidentale”.

Tutta la nostra cultura, infatti, riecheggia del richiamo a tali radici e alle matrici greco-romane della nostra Storia, e non vi è dubbio che nel prodursi di questa vastissima eco abbia giocato un ruolo assolutamente preponderante lo sviluppo dello stesso cristianesimo – la piccola eresia giudaica che trovò proprio nella filosofia platonica (di cui puo’ considerarsi la “filiazione” piu’ “robusta”) l’humus “ideale” in cui germogliare come nuova religione universale (dimensione a sua volta mutuata dalla visione universalistica imperiale romana).

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Se indagassimo sugli albori della storia d’Europa (da intendersi, qui, come mero toponimo) ci imbatteremmo, risalendo alle sue lontane origini, in due societa’ ancestrali dalle culture sorprendentemente affini: Quella celtica e quella cretese – o “minoica”.

Nulla di certo è possibile affermare circa la provenienza dei Celti (e’ probabile si siano stabiliti in Europa Meridionale, provenienti da Oriente, intorno al 700 a.C., all’esito di una lunga migrazione – sembra, peraltro, che gia’ a quell’epoca essi fossero il risultato di un processo di etnogenesi lungo un millennio, caratterizzato da dinamiche sinecistiche tra diverse componenti tribali sfociate nella nascita di un omogeneo nucleo di civiltà); tuttavia, alcuni elementi in nostro possesso sembra attestino chiaramente l’esistenza di un pregnante legame culturale tra la civilta’ celtica e quelle, coeve, del “Vicino Oriente”.

Per esplorare e comprendere la natura di tale legame, pero’, è necessario richiamarsi ad una visione d’insieme della Storia anteriore all’epoca greco-romana come “matrice” di una vicenda culturale protrattasi ininterrottamente fino ai nostri giorni e non ancora esauritasi.

La conoscenza di quell’antica Storia permette infatti di cogliere, in quell’orizzonte temporale, una sostanziale “unità culturale universale”, che si sarebbe infranta quando, in “Occidente”, sarebbero emersi, affermandovisi, una visione del Mondo e nuovi stili di vita slegati da ogni retaggio precedente.

Nelle “antiche epoche” (dal Paleolitico al Neolitico, passando per il Mesolitico, e fino all’ “Eta’ del Bronzo”), l’Uomo sembra cogliere il legame intimo e profondo che lo lega al Mosaico della Natura come parte di un disegno cosmico nel quale erano presenti entita’, energie e fenomeni che non si potevano indagare ma solo “cogliere” nel loro manifestarsi ed “accettare” nelle loro conseguenze se si voleva vivere in armoniosa relazione con essi in un quadro in cui “esistenza-in-vita” e “rapporto col Mondo” (con la “realta’ esperibile”) erano caratterizzati da un immanente “stato di bisogno” (oggettivatosi, secondo Feuerbach, nelle prime pratiche “animiste”) – illuminante, in proposito, ancora Feuerbach sulle origini della religione e, soprattutto, Ernesto De Martino con i suoi concetti di “presenza” ed “emersione dallo stato di Natura” (“emersione” sancita dalla nascita delle pratiche magico-sciamaniche come liturgie volte ad influire sul Fenomeno – il vero momento di “rottura”).

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Torniamo ai Celti.

La conseguenza della loro espansione nel continente europeo fu lo sviluppo di diversi embrioni di civilta’ “unificati” da una comune matrice culturale, alla cui base stava, appunto, il peculiare rapporto con la Natura di cui si e’ parlato – rapporto che  induceva l’Uomo a ricercare con essa una spontanea, sincera sintonia.

Nell’ottica di una costante ricerca di armonia, la società celtica – composta di contadini/cacciatori/raccoglitori che certo non amavano la guerra (probabilmente percepita come “male necessario”) – si connotava per uno stile di vita in cui le grandi feste comunitarie costituivano occasione di Narrazione e perpetuazione del Ricordo ancestrale e delle Saghe come momento decisivo per la sedimentazione di una identità collettiva.

In questa visione della vita legata al mondo della Natura e’ probabile risiedesse un rapporto tra i sessi fondato su un totale, “naturale” riconoscimento del femminino come manifestazione e tramite sacrale della Natura stessa, all’interno del quale non poteva esservi posto per logiche di dominio o pretese di superiorità della componente maschile della societa’.

Coerentemente con l’intuizione di un Ordine cosmico superiore del quale la sessualità è Legge fondante, e’ plausibile che la cultura celtica vivesse il gioco degli amplessi con semplicità e libertà e gioia. Con la “naturalezza” di fenomeno rientrante in tale Ordine.

I Druidi, figure identificabili come maghi-sciamani-“filosofi”, coltivarono con amore lo studio della Natura e su di esso modellarono, progressivamente, Eidos ed Ethos celtici, permeati di un fortissimo amore per la Vita concepita come semplice componente di una superiore “unitarietà cosmica” (concezione che sembra rivivere, oggi, attraverso le scoperte – anzi le “riscoperte” – della fisica quantistica).

Le cose che si sono fin qui dette sono sufficienti per disvelare il legame nascosto che certamente univa i Celti alle altre antiche culture.

Possiamo, dunque, volgere lo sguardo verso l’isola di Creta.

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Troviamo, in questa direzione, i resti di una meravigliosa civiltà tornata alla luce per merito di Sir Arthur Evans (1851-1941), archeologo inglese che iniziò, nel 1900, gli scavi che avrebbero restituito alla luce il perduto tesoro di una umanità che con i Celti condivise certamente lo spirito gioioso della Vita e che fu “madre” di una “grecità” che avrebbe finito per smarrirne i valori lungo i secoli seguiti alla sua scomparsa.

Creta, dunque, fu una sorta di progenitrice dell’ “Hellenikòn” (l’eredita’ culturale-materiale, politica ed economica minoica – ma NON quella “spirituale-trascendentale” – sarebbe stata decisiva nel processo sincretistico che contribui’ a plasmare la cultura composita che caratterizzo’ la civilta’ continentale che chiamiamo “Micenea”) – non a caso si fa iniziare la “Storia Greca” con la nascita della civilta’ Minoica.

La civiltà cretese poggiava, tuttavia, su una “trascendenza” e su fondamenti ideali ben lontani da quelli che avrebbero caratterizzato l’evoluzione storica successiva all’epoca micenea (mirabile l’analisi che di tale evoluzione fa Nietzsche ne “L’origine della Tragedia”, nella quale, riscoprendo la matrice “dionisiaca” della cultura della Grecia arcaica pre-micenea, individua in Socrate l’iniziatore del percorso intellettuale speculativo infulcrato sulla “razionalita’” che avrebbe portato la “grecita’” ad evolversi in senso “apollineo” e, dunque, ad allontanarsi inesorabilmente dai valori ancestrali informati sopra una visione di unitarieta’ cosmica e sull’armonia con la Natura).

Per la prima volta, con l’irruzione sul palcoscenico della Storia della civiltà’ Micenea e il contemporaneo declino di quella Minoica, la concezione panteistica dell’Essere sarebbe stata tradita.

Soffermiamoci sull’ Eidos cretese.

La prima caratteristica del Mondo minoico ad emergere dall’analisi delle evidenze archeologiche – e, dunque, per inferenza, dei tratti socio-antropologici delle genti che a quel Mondo appartennero – è la SOSTANZIALE ASSENZA DI SPIRITO CONFLITTUALE (non solo al suo interno, ma anche nei confronti di altri mondi).  A testimonianza di ciò, l’inesistenza di fortificazioni o altri apparati che testimonino di un’indole guerriera.

Ciò non significa, beninteso, che a Creta non si dovesse combattere – occorreva, presumibilmente, difendersi dalle insidie provenienti dal mare (incursioni piratesche).

Ma, eccezion fatta per la necessita’ di difendersi dalle incursioni dei pirati, l’esistenza che si conduceva in quei luoghi “felici” scorreva verosimilmente all’insegna di una sostanziale “pax” regnante tra le comunità facenti capo ai diversi siti palaziali. Mancava, insomma, l’ “ossessione per il Potere” – non solo nei rapporti intercomunitari ma, probabilmente e prima ancora, nei rapporti tra uomini e donne all’interno delle singole comunità.

La civiltà minoica, come si evince anche dalle statuette fittili rappresentanti divinita’ femminili simboleggianti il ciclo della Vita e il suo “magico” perpetuarsi, fece del culto “panteistico” della “Natura” come ordine cosmico regolato dal principio di “Armonia” il cardine della propria trascendenza.

Da una simile visione della Vita non puo’ non essere disceso un ethos in cui la sessualità fosse vissuta come libero e giocoso incontro dei corpi segnato solo dal vincolo del reciproco piacere.

Ancora, l’ Eidos cretese contribui’, evidentemente, ad anestetizzare Thànatos e a respingere, rifiutandola, la seduzione del Potere, e a incanalare le energie vitali verso il “Bello” – che si oggettivo’, come sappiamo, attraverso l’ “Arte”, in un prorompente, formidabile rigoglio creativo-culturale – peraltro non solo “materiale” (scultura, pittura, artigianato, ma anche musica, danza e, ancora, attività ludiche e di carattere sportivo).

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Non resta, a questo punto della digressione, che lo spazio per un accorato rimpianto. La primigenia sintonia con la Natura sarebbe stata definitivamente smarrita col trionfo del razionalismo continentale cartesiano, del culto illuminista della Ragione astratta, delle Scienze Nuove e dello Scientismo, e con esso del dispiegarsi delle conseguenze aberranti dell’ “abuso della Ragione” – tòpos tanto caro a Giacomo Leopardi. Della “visione” armoniosa della Vita, della meravigliosa eredita’ ideale delle antiche civiltà’, la contemporaneità’, ormai anestetizzata, dimentica e disabituata al “Bello”, ha perso, ormai, ogni memoria.

E’ un tradimento, quello perpetrato ai danni di se stesso, al quale l’Uomo, vittima della perversa, chimerica illusione di un destino manifesto fatto di “progresso” e “civilizzazione” intesi come ineluttabile cammino verso una societa’ tecnologica sempre perfettibile e, dunque, ipostatizzata come “migliore”, non potra’ piu’ porre rimedio.

Parafrasando Nietzsche, può  dirsi: l’Umanesimo e’ morto. E, con esso, la speranza di recuperare l’intimo significato della Vita. Per sempre perso.

Fonti: Riflessioni.it (Le radici cancellate dell’Occidente – Luigi Giulizia)