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L’ARMONIA PERDUTA: UN’ORIGINE TRASCENDENTALE DEL “BELLO”

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Sarebbe impresa ardua stabilire, anche solo con sufficiente approssimazione, quante volte siano state evocate – e rivendicate, e inastate sul labaro dell’antiecumenismo da parte dell’intellettualita’ e delle istituzioni cattoliche – le pretese “radici cristiane dell’Europa”. Di esse si e’ anche recentemente lamentata, con veemente indignazione e sommo disdoro, l’espunzione dalla “Costituzione Europea” (qualunque cosa riteniate essa sia). Un’espunzione evidentemente percepita come sorta di mancato suggello di un millenario processo iniziato con l’ “Editto di Costantino” del 313 e proseguito con il “Cunctos Populos” di Teodosio il Grande del 380 – quando, con la sanzione del supremo patto tra potere imperiale e Nova Religio, attraverso il riconoscimento ufficiale del cristianesimo come unica confessione “licita” dell’Impero fu deciso di sacrificare una prima volta, sull’altare di una “real politik” ante litteram, l’eredita’ ideale e spirituale delle antiche civiltà’ indoeuropee.

Tali rivendicazioni superano, a ben vedere, la vera portata di quegli atti; esse riposano, infatti, sulla necessaria obliterazione storica delle “vere” radici  dell’ Eidos “occidentale”, il cui processo di formazione, muovendo dall’originaria “comunione” con le antiche civiltà del “Vicino Oriente”, a un certo punto imbocco’ un sentiero evolutivo peculiare sfociato nella nascita di “culture composite” (le civilta’ egee dell’ “Eta’ del Bronzo”) che avrebbero incubato, costituendone – ESSE SI – il sostrato “ideale”, il Pensiero “occidentale”.

Tutta la nostra cultura, infatti, riecheggia del richiamo a tali radici e alle matrici greco-romane della nostra Storia, e non vi è dubbio che nel prodursi di questa vastissima eco abbia giocato un ruolo assolutamente preponderante lo sviluppo dello stesso cristianesimo – la piccola eresia giudaica che trovò proprio nella filosofia platonica (di cui puo’ considerarsi la “filiazione” piu’ “robusta”) l’humus “ideale” in cui germogliare come nuova religione universale (dimensione a sua volta mutuata dalla visione universalistica imperiale romana).

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Se indagassimo sugli albori della storia d’Europa (da intendersi, qui, come mero toponimo) ci imbatteremmo, risalendo alle sue lontane origini, in due societa’ ancestrali dalle culture sorprendentemente affini: Quella celtica e quella cretese – o “minoica”.

Nulla di certo è possibile affermare circa la provenienza dei Celti (e’ probabile si siano stabiliti in Europa Meridionale, provenienti da Oriente, intorno al 700 a.C., all’esito di una lunga migrazione – sembra, peraltro, che gia’ a quell’epoca essi fossero il risultato di un processo di etnogenesi lungo un millennio, caratterizzato da dinamiche sinecistiche tra diverse componenti tribali sfociate nella nascita di un omogeneo nucleo di civiltà); tuttavia, alcuni elementi in nostro possesso sembra attestino chiaramente l’esistenza di un pregnante legame culturale tra la civilta’ celtica e quelle, coeve, del “Vicino Oriente”.

Per esplorare e comprendere la natura di tale legame, pero’, è necessario richiamarsi ad una visione d’insieme della Storia anteriore all’epoca greco-romana come “matrice” di una vicenda culturale protrattasi ininterrottamente fino ai nostri giorni e non ancora esauritasi.

La conoscenza di quell’antica Storia permette infatti di cogliere, in quell’orizzonte temporale, una sostanziale “unità culturale universale”, che si sarebbe infranta quando, in “Occidente”, sarebbero emersi, affermandovisi, una visione del Mondo e nuovi stili di vita slegati da ogni retaggio precedente.

Nelle “antiche epoche” (dal Paleolitico al Neolitico, passando per il Mesolitico, e fino all’ “Eta’ del Bronzo”), l’Uomo sembra cogliere il legame intimo e profondo che lo lega al Mosaico della Natura come parte di un disegno cosmico nel quale erano presenti entita’, energie e fenomeni che non si potevano indagare ma solo “cogliere” nel loro manifestarsi ed “accettare” nelle loro conseguenze se si voleva vivere in armoniosa relazione con essi in un quadro in cui “esistenza-in-vita” e “rapporto col Mondo” (con la “realta’ esperibile”) erano caratterizzati da un immanente “stato di bisogno” (oggettivatosi, secondo Feuerbach, nelle prime pratiche “animiste”) – illuminante, in proposito, ancora Feuerbach sulle origini della religione e, soprattutto, Ernesto De Martino con i suoi concetti di “presenza” ed “emersione dallo stato di Natura” (“emersione” sancita dalla nascita delle pratiche magico-sciamaniche come liturgie volte ad influire sul Fenomeno – il vero momento di “rottura”).

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Torniamo ai Celti.

La conseguenza della loro espansione nel continente europeo fu lo sviluppo di diversi embrioni di civilta’ “unificati” da una comune matrice culturale, alla cui base stava, appunto, il peculiare rapporto con la Natura di cui si e’ parlato – rapporto che  induceva l’Uomo a ricercare con essa una spontanea, sincera sintonia.

Nell’ottica di una costante ricerca di armonia, la società celtica – composta di contadini/cacciatori/raccoglitori che certo non amavano la guerra (probabilmente percepita come “male necessario”) – si connotava per uno stile di vita in cui le grandi feste comunitarie costituivano occasione di Narrazione e perpetuazione del Ricordo ancestrale e delle Saghe come momento decisivo per la sedimentazione di una identità collettiva.

In questa visione della vita legata al mondo della Natura e’ probabile risiedesse un rapporto tra i sessi fondato su un totale, “naturale” riconoscimento del femminino come manifestazione e tramite sacrale della Natura stessa, all’interno del quale non poteva esservi posto per logiche di dominio o pretese di superiorità della componente maschile della societa’.

Coerentemente con l’intuizione di un Ordine cosmico superiore del quale la sessualità è Legge fondante, e’ plausibile che la cultura celtica vivesse il gioco degli amplessi con semplicità e libertà e gioia. Con la “naturalezza” di fenomeno rientrante in tale Ordine.

I Druidi, figure identificabili come maghi-sciamani-“filosofi”, coltivarono con amore lo studio della Natura e su di esso modellarono, progressivamente, Eidos ed Ethos celtici, permeati di un fortissimo amore per la Vita concepita come semplice componente di una superiore “unitarietà cosmica” (concezione che sembra rivivere, oggi, attraverso le scoperte – anzi le “riscoperte” – della fisica quantistica).

Le cose che si sono fin qui dette sono sufficienti per disvelare il legame nascosto che certamente univa i Celti alle altre antiche culture.

Possiamo, dunque, volgere lo sguardo verso l’isola di Creta.

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Troviamo, in questa direzione, i resti di una meravigliosa civiltà tornata alla luce per merito di Sir Arthur Evans (1851-1941), archeologo inglese che iniziò, nel 1900, gli scavi che avrebbero restituito alla luce il perduto tesoro di una umanità che con i Celti condivise certamente lo spirito gioioso della Vita e che fu “madre” di una “grecità” che avrebbe finito per smarrirne i valori lungo i secoli seguiti alla sua scomparsa.

Creta, dunque, fu una sorta di progenitrice dell’ “Hellenikòn” (l’eredita’ culturale-materiale, politica ed economica minoica – ma NON quella “spirituale-trascendentale” – sarebbe stata decisiva nel processo sincretistico che contribui’ a plasmare la cultura composita che caratterizzo’ la civilta’ continentale che chiamiamo “Micenea”) – non a caso si fa iniziare la “Storia Greca” con la nascita della civilta’ Minoica.

La civiltà cretese poggiava, tuttavia, su una “trascendenza” e su fondamenti ideali ben lontani da quelli che avrebbero caratterizzato l’evoluzione storica successiva all’epoca micenea (mirabile l’analisi che di tale evoluzione fa Nietzsche ne “L’origine della Tragedia”, nella quale, riscoprendo la matrice “dionisiaca” della cultura della Grecia arcaica pre-micenea, individua in Socrate l’iniziatore del percorso intellettuale speculativo infulcrato sulla “razionalita’” che avrebbe portato la “grecita’” ad evolversi in senso “apollineo” e, dunque, ad allontanarsi inesorabilmente dai valori ancestrali informati sopra una visione di unitarieta’ cosmica e sull’armonia con la Natura).

Per la prima volta, con l’irruzione sul palcoscenico della Storia della civiltà’ Micenea e il contemporaneo declino di quella Minoica, la concezione panteistica dell’Essere sarebbe stata tradita.

Soffermiamoci sull’ Eidos cretese.

La prima caratteristica del Mondo minoico ad emergere dall’analisi delle evidenze archeologiche – e, dunque, per inferenza, dei tratti socio-antropologici delle genti che a quel Mondo appartennero – è la SOSTANZIALE ASSENZA DI SPIRITO CONFLITTUALE (non solo al suo interno, ma anche nei confronti di altri mondi).  A testimonianza di ciò, l’inesistenza di fortificazioni o altri apparati che testimonino di un’indole guerriera.

Ciò non significa, beninteso, che a Creta non si dovesse combattere – occorreva, presumibilmente, difendersi dalle insidie provenienti dal mare (incursioni piratesche).

Ma, eccezion fatta per la necessita’ di difendersi dalle incursioni dei pirati, l’esistenza che si conduceva in quei luoghi “felici” scorreva verosimilmente all’insegna di una sostanziale “pax” regnante tra le comunità facenti capo ai diversi siti palaziali. Mancava, insomma, l’ “ossessione per il Potere” – non solo nei rapporti intercomunitari ma, probabilmente e prima ancora, nei rapporti tra uomini e donne all’interno delle singole comunità.

La civiltà minoica, come si evince anche dalle statuette fittili rappresentanti divinita’ femminili simboleggianti il ciclo della Vita e il suo “magico” perpetuarsi, fece del culto “panteistico” della “Natura” come ordine cosmico regolato dal principio di “Armonia” il cardine della propria trascendenza.

Da una simile visione della Vita non puo’ non essere disceso un ethos in cui la sessualità fosse vissuta come libero e giocoso incontro dei corpi segnato solo dal vincolo del reciproco piacere.

Ancora, l’ Eidos cretese contribui’, evidentemente, ad anestetizzare Thànatos e a respingere, rifiutandola, la seduzione del Potere, e a incanalare le energie vitali verso il “Bello” – che si oggettivo’, come sappiamo, attraverso l’ “Arte”, in un prorompente, formidabile rigoglio creativo-culturale – peraltro non solo “materiale” (scultura, pittura, artigianato, ma anche musica, danza e, ancora, attività ludiche e di carattere sportivo).

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Non resta, a questo punto della digressione, che lo spazio per un accorato rimpianto. La primigenia sintonia con la Natura sarebbe stata definitivamente smarrita col trionfo del razionalismo continentale cartesiano, del culto illuminista della Ragione astratta, delle Scienze Nuove e dello Scientismo, e con esso del dispiegarsi delle conseguenze aberranti dell’ “abuso della Ragione” – tòpos tanto caro a Giacomo Leopardi. Della “visione” armoniosa della Vita, della meravigliosa eredita’ ideale delle antiche civiltà’, la contemporaneità’, ormai anestetizzata, dimentica e disabituata al “Bello”, ha perso, ormai, ogni memoria.

E’ un tradimento, quello perpetrato ai danni di se stesso, al quale l’Uomo, vittima della perversa, chimerica illusione di un destino manifesto fatto di “progresso” e “civilizzazione” intesi come ineluttabile cammino verso una societa’ tecnologica sempre perfettibile e, dunque, ipostatizzata come “migliore”, non potra’ piu’ porre rimedio.

Parafrasando Nietzsche, può  dirsi: l’Umanesimo e’ morto. E, con esso, la speranza di recuperare l’intimo significato della Vita. Per sempre perso.

Fonti: Riflessioni.it (Le radici cancellate dell’Occidente – Luigi Giulizia)

Le Sirene non abitano più qui

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Da “La Repubblica” del 16/09/2009 – Articolo di Vincenzo Spagnuolo Vigorita (estratto)

[ Capri e i Faraglioni dalla Baia di Ieranto. Fotografia Antonino De Rosa 2015 ]

Poco più di cento anni fa, nel 1909, l’ inglese Norman Douglas finiva di comporre il suo libro più bello e famoso: “Siren Land”, la “Terra delle Sirene”, un’ode al fascino e alla struggente bellezza senza tempo di un lembo di Terra costiera – quella compresa tra Sorrento e Positano – baciata dagli déi.

Douglas non esita a indicare nel Monte San Costanzo, che in territorio di Massa domina la Punta della Campanella, il punto dove l’ occhio meglio scopre le meraviglie di quella Terra, nell’ assonanza di toponimi indimenticabilii: Li Galli, le Sirenuse, Ieranto, il Minervae Delubrum; Capri a fronte; in lontananza, Punta Licosa e la città Partenope.

Sappiamo bene che tutto scorre e muta, e mai così velocemente come nel passato “secolo breve”. Mutano luoghi, ricordi, atmosfere. Intendiamoci, tuttavia. Lo stesso Douglas coglieva sì il miracolo delle Sirene e ne sentiva rinnovarsi il canto, ma non si faceva illusioni.

Cento anni fa, appunto, già scriveva che le Sirene non cantano più nemmeno in Grecia, non cantano più le cicale, l’ estate è finita.

Cosa troverebbe, oggi, degli incanti di cui sognava e scriveva?

Credo gli verrebbe un infarto.

La terra è spruzzata di cemento e di abusi; il mare è inquinato da scarichi e liquami, violato da mille galleggianti con trichechi al posto delle dolci Sirene.

Nella già silenziosa e riservata Capri si esibiscono zotici e giapponesi al flash. Nella più lontana Partenope, pur santificata al nome, si pensa ormai che le sirene siano soltanto quelle della questura.

Pure, terra e mare conservano tracce dell’ antica civiltà, risplendono a tratti dell’ antica bellezza. Chi torni lento al tramonto col gozzo da Capri verso la costiera lubrense naviga col sole alle spalle in un mare di oro e di azzurro, e può ritrovare l’ eternità, come scoperta da Baudelaire, nella fusione del sole col mare. Disperso è, invece, e io credo perduto, lo spirito degli uomini, in caduta verticale come la cultura, la sensibilità, l’ amore per il bello, l’ eleganza interiore.

L’ Ulisse – ancora lui! – di Dante tentava di ammonirci a non vivere come bruti.

Temo però che a un Douglas redivivo – il quale si presentasse alla nostra porta per rivedere con noi, oggi, il mito delle sue Sirene – potremmo offrire sì, una gita in gozzo, quelli che non l’ hanno ancora venduto per sfrecciare oltre il superato romanticismo. E per il resto? Qualche architettura perversa da geometra, un colto e sottile burraco, diurno e notturno, col limoncello fatto in casa dal tricheco di turno.

Le Sirene non dormono con noi.

Una teoria intellettuale dell’omosessualità

 

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L’antropologo funzionalista britannico Gregory Bateson dedicò parte del suo fieldwork allo studio della struttura socio-culturale degli Iatmul, una popolazione indigena della Nuova Guinea.

Bateson fu incuriosito, tra gli altri peculiari tratti culturali degli Iatmul, da uno strano cerimoniale che costoro praticavano per sancire pubblicamente il passaggio di individuo da una condizione sociale ad un’altra o per rivestire di “sacro” un’azione cui la collettività riconnetteva un particolare valore – ad esempio la cattura, da parte di un adolescente, della prima preda di caccia (che ne sanciva l’ingresso nell’età adulta).

La particolarità di questo “rito di passaggio” risiedeva nell’esteriorità della sua liturgia: I familiari del soggetto festeggiato, maschi e femmine, indulgevano infatti in atteggiamenti che oggi potremmo definire ricorrendo al termine tanto in voga di ”transgender”, travestendosi ed assumendo il contegno emotivo esteriore tipico del sesso opposto. Così, ad esempio, il fratello della madre – figura centrale in molti sistemi di parentela “tribali” -, avrebbe potuto indulgere, nei confronti del “giovane-adulto”, in manifestazioni d’affetto che l’eidos (cioè l’ “ideale culturale” della società Iatmul) non gli avrebbe consentito di esternare; allo stesso modo, la madre avrebbe potuto affrancarsi dall’eidos, che imponeva alle femmine di mantenere un contegno sottomesso, dolce e remissivo nei confronti degli individui di sesso maschile, assumendo un ethos (un contegno emotivo esteriore) improntato alla “fierezza” per l’azione compiuta dal figlio.

Le categorie concettuali di Eidos (“ideale culturale di una società”) ed Ethos (“contegno emotivo esteriore condizionato dall’Eidos“), suggeriscono, a ben vedere, una nuova possibile interpretazione del fenomeno della dilagante omosessualità all’interno delle società “occidentali” come esito inevitabile della guerra combattuta negli ultimi decenni per distruggere, in chiave antinietzschiana, l’eidos occidentale sedimentatosi nel corso di duemila anni di storia.

L’erosione dei ruoli codificati nell’eidos occidentale, il loro annullamento e, infine, il loro sovvertimento, riflette il disagio di una società prigioniera di un ethos che avverte “inadeguato” rispetto all’esigenza di un libero, compiuto, svolgimento della personalità.
Non v’è da meravigliarsi, dunque, della deriva etica omosessuale nelle societa’ occidentali: Essa non è che l’oggettivazione del disagio legato all’inadeguatezza del codice etico scolpito in un’eidos percepito come superato.

Gli outing di massa e le rivendicazioni, spesso grottesche, di una parte della galassia omosessuale paiono, dunque, espressione conclamata di una volonta’ di ribellione non più latente ad una camicia di forza etica e culturale eteroimposta che ha deformato i “ruoli” e l’identità di genere ad essi collegata, “cristallizzandoli” in codici di comportamento evidentemente superati o avvertiti come tali.

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Il maschio, in particolare, sembra rivendicare con sempre maggior vigore il diritto di esprimere la componente femminile della propria personalità di base; nelle società in cui le convenzioni sociali sono avvertite come particolarmente soffocanti, tale repressa aspirazione trova, evidentemente, il suo naturale sbocco in una omosessualità “intellettuale” prima ancora che “biologica”, della cui vera natura è lecito supporre che moltissimi gay-dichiarati (o convinti-di-essere-tali), ma soprattutto i paladini e le pasionarie delle rivendicazioni “omo”, siano pienamente consapevoli.

 

I dilemmi (attuali) di Aldo Moro.

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In un frangente drammatico come quello attuale, caratterizzato dall’emergere di soggetti politici formalmente democratici ma sostanzialmente autoritari come il Movimento 5 stelle, varrebbe la pena di riflettere sulla necessità – improcrastinabile – di individuare una risposta adeguata, a livello istituzionale e costituzionale, alla crescente richiesta di partecipazione diretta alla vita democratica del Paese da parte di masse sempre piu’ estese di cittadini, spesso prive della capacita’ di sintesi e della “visione d’insieme” che dovrebbero informare, sempre, la politica intesa come momento supremo di composizione delle molteplici istanze della societa’ civile.

All’uopo, consiglio – in particolare agli elettori ed ai parlamentari del Movimento 5 stelle che dovessero imbattersi nel blog – di soffermarsi sugli attualissimi interrogativi a suo tempo sollevati da Aldo Moro:

“Come conciliare l’estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative?”

“Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie?”

“Come crescere senza morire?”

Ai magniloquenti politicanti della “società civile”.

Tanti politicanti italiani – quasi tutti – straparlano di se’ descrivendosi come “paladini” della società civile.

Gioverebbe loro leggere cosa fosse, per Hegel – al quale dobbiamo la paternita’ della locuzione – la “società civile”:

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