L’ARMONIA PERDUTA: UN’ORIGINE TRASCENDENTALE DEL “BELLO”

di anders967

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Sarebbe impresa ardua stabilire, anche solo con sufficiente approssimazione, quante volte siano state evocate – e rivendicate, e inastate sul labaro dell’antiecumenismo da parte dell’intellettualita’ e delle istituzioni cattoliche – le pretese “radici cristiane dell’Europa”. Di esse si e’ anche recentemente lamentata, con veemente indignazione e sommo disdoro, l’espunzione dalla “Costituzione Europea” (qualunque cosa riteniate essa sia). Un’espunzione evidentemente percepita come sorta di mancato suggello di un millenario processo iniziato con l’ “Editto di Costantino” del 313 e proseguito con il “Cunctos Populos” di Teodosio il Grande del 380 – quando, con la sanzione del supremo patto tra potere imperiale e Nova Religio, attraverso il riconoscimento ufficiale del cristianesimo come unica confessione “licita” dell’Impero fu deciso di sacrificare una prima volta, sull’altare di una “real politik” ante litteram, l’eredita’ ideale e spirituale delle antiche civiltà’ indoeuropee.

Tali rivendicazioni superano, a ben vedere, la vera portata di quegli atti; esse riposano, infatti, sulla necessaria obliterazione storica delle “vere” radici  dell’ Eidos “occidentale”, il cui processo di formazione, muovendo dall’originaria “comunione” con le antiche civiltà del “Vicino Oriente”, a un certo punto imbocco’ un sentiero evolutivo peculiare sfociato nella nascita di “culture composite” (le civilta’ egee dell’ “Eta’ del Bronzo”) che avrebbero incubato, costituendone – ESSE SI – il sostrato “ideale”, il Pensiero “occidentale”.

Tutta la nostra cultura, infatti, riecheggia del richiamo a tali radici e alle matrici greco-romane della nostra Storia, e non vi è dubbio che nel prodursi di questa vastissima eco abbia giocato un ruolo assolutamente preponderante lo sviluppo dello stesso cristianesimo – la piccola eresia giudaica che trovò proprio nella filosofia platonica (di cui puo’ considerarsi la “filiazione” piu’ “robusta”) l’humus “ideale” in cui germogliare come nuova religione universale (dimensione a sua volta mutuata dalla visione universalistica imperiale romana).

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Se indagassimo sugli albori della storia d’Europa (da intendersi, qui, come mero toponimo) ci imbatteremmo, risalendo alle sue lontane origini, in due societa’ ancestrali dalle culture sorprendentemente affini: Quella celtica e quella cretese – o “minoica”.

Nulla di certo è possibile affermare circa la provenienza dei Celti (e’ probabile si siano stabiliti in Europa Meridionale, provenienti da Oriente, intorno al 700 a.C., all’esito di una lunga migrazione – sembra, peraltro, che gia’ a quell’epoca essi fossero il risultato di un processo di etnogenesi lungo un millennio, caratterizzato da dinamiche sinecistiche tra diverse componenti tribali sfociate nella nascita di un omogeneo nucleo di civiltà); tuttavia, alcuni elementi in nostro possesso sembra attestino chiaramente l’esistenza di un pregnante legame culturale tra la civilta’ celtica e quelle, coeve, del “Vicino Oriente”.

Per esplorare e comprendere la natura di tale legame, pero’, è necessario richiamarsi ad una visione d’insieme della Storia anteriore all’epoca greco-romana come “matrice” di una vicenda culturale protrattasi ininterrottamente fino ai nostri giorni e non ancora esauritasi.

La conoscenza di quell’antica Storia permette infatti di cogliere, in quell’orizzonte temporale, una sostanziale “unità culturale universale”, che si sarebbe infranta quando, in “Occidente”, sarebbero emersi, affermandovisi, una visione del Mondo e nuovi stili di vita slegati da ogni retaggio precedente.

Nelle “antiche epoche” (dal Paleolitico al Neolitico, passando per il Mesolitico, e fino all’ “Eta’ del Bronzo”), l’Uomo sembra cogliere il legame intimo e profondo che lo lega al Mosaico della Natura come parte di un disegno cosmico nel quale erano presenti entita’, energie e fenomeni che non si potevano indagare ma solo “cogliere” nel loro manifestarsi ed “accettare” nelle loro conseguenze se si voleva vivere in armoniosa relazione con essi in un quadro in cui “esistenza-in-vita” e “rapporto col Mondo” (con la “realta’ esperibile”) erano caratterizzati da un immanente “stato di bisogno” (oggettivatosi, secondo Feuerbach, nelle prime pratiche “animiste”) – illuminante, in proposito, ancora Feuerbach sulle origini della religione e, soprattutto, Ernesto De Martino con i suoi concetti di “presenza” ed “emersione dallo stato di Natura” (“emersione” sancita dalla nascita delle pratiche magico-sciamaniche come liturgie volte ad influire sul Fenomeno – il vero momento di “rottura”).

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Torniamo ai Celti.

La conseguenza della loro espansione nel continente europeo fu lo sviluppo di diversi embrioni di civilta’ “unificati” da una comune matrice culturale, alla cui base stava, appunto, il peculiare rapporto con la Natura di cui si e’ parlato – rapporto che  induceva l’Uomo a ricercare con essa una spontanea, sincera sintonia.

Nell’ottica di una costante ricerca di armonia, la società celtica – composta di contadini/cacciatori/raccoglitori che certo non amavano la guerra (probabilmente percepita come “male necessario”) – si connotava per uno stile di vita in cui le grandi feste comunitarie costituivano occasione di Narrazione e perpetuazione del Ricordo ancestrale e delle Saghe come momento decisivo per la sedimentazione di una identità collettiva.

In questa visione della vita legata al mondo della Natura e’ probabile risiedesse un rapporto tra i sessi fondato su un totale, “naturale” riconoscimento del femminino come manifestazione e tramite sacrale della Natura stessa, all’interno del quale non poteva esservi posto per logiche di dominio o pretese di superiorità della componente maschile della societa’.

Coerentemente con l’intuizione di un Ordine cosmico superiore del quale la sessualità è Legge fondante, e’ plausibile che la cultura celtica vivesse il gioco degli amplessi con semplicità e libertà e gioia. Con la “naturalezza” di fenomeno rientrante in tale Ordine.

I Druidi, figure identificabili come maghi-sciamani-“filosofi”, coltivarono con amore lo studio della Natura e su di esso modellarono, progressivamente, Eidos ed Ethos celtici, permeati di un fortissimo amore per la Vita concepita come semplice componente di una superiore “unitarietà cosmica” (concezione che sembra rivivere, oggi, attraverso le scoperte – anzi le “riscoperte” – della fisica quantistica).

Le cose che si sono fin qui dette sono sufficienti per disvelare il legame nascosto che certamente univa i Celti alle altre antiche culture.

Possiamo, dunque, volgere lo sguardo verso l’isola di Creta.

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Troviamo, in questa direzione, i resti di una meravigliosa civiltà tornata alla luce per merito di Sir Arthur Evans (1851-1941), archeologo inglese che iniziò, nel 1900, gli scavi che avrebbero restituito alla luce il perduto tesoro di una umanità che con i Celti condivise certamente lo spirito gioioso della Vita e che fu “madre” di una “grecità” che avrebbe finito per smarrirne i valori lungo i secoli seguiti alla sua scomparsa.

Creta, dunque, fu una sorta di progenitrice dell’ “Hellenikòn” (l’eredita’ culturale-materiale, politica ed economica minoica – ma NON quella “spirituale-trascendentale” – sarebbe stata decisiva nel processo sincretistico che contribui’ a plasmare la cultura composita che caratterizzo’ la civilta’ continentale che chiamiamo “Micenea”) – non a caso si fa iniziare la “Storia Greca” con la nascita della civilta’ Minoica.

La civiltà cretese poggiava, tuttavia, su una “trascendenza” e su fondamenti ideali ben lontani da quelli che avrebbero caratterizzato l’evoluzione storica successiva all’epoca micenea (mirabile l’analisi che di tale evoluzione fa Nietzsche ne “L’origine della Tragedia”, nella quale, riscoprendo la matrice “dionisiaca” della cultura della Grecia arcaica pre-micenea, individua in Socrate l’iniziatore del percorso intellettuale speculativo infulcrato sulla “razionalita’” che avrebbe portato la “grecita’” ad evolversi in senso “apollineo” e, dunque, ad allontanarsi inesorabilmente dai valori ancestrali informati sopra una visione di unitarieta’ cosmica e sull’armonia con la Natura).

Per la prima volta, con l’irruzione sul palcoscenico della Storia della civiltà’ Micenea e il contemporaneo declino di quella Minoica, la concezione panteistica dell’Essere sarebbe stata tradita.

Soffermiamoci sull’ Eidos cretese.

La prima caratteristica del Mondo minoico ad emergere dall’analisi delle evidenze archeologiche – e, dunque, per inferenza, dei tratti socio-antropologici delle genti che a quel Mondo appartennero – è la SOSTANZIALE ASSENZA DI SPIRITO CONFLITTUALE (non solo al suo interno, ma anche nei confronti di altri mondi).  A testimonianza di ciò, l’inesistenza di fortificazioni o altri apparati che testimonino di un’indole guerriera.

Ciò non significa, beninteso, che a Creta non si dovesse combattere – occorreva, presumibilmente, difendersi dalle insidie provenienti dal mare (incursioni piratesche).

Ma, eccezion fatta per la necessita’ di difendersi dalle incursioni dei pirati, l’esistenza che si conduceva in quei luoghi “felici” scorreva verosimilmente all’insegna di una sostanziale “pax” regnante tra le comunità facenti capo ai diversi siti palaziali. Mancava, insomma, l’ “ossessione per il Potere” – non solo nei rapporti intercomunitari ma, probabilmente e prima ancora, nei rapporti tra uomini e donne all’interno delle singole comunità.

La civiltà minoica, come si evince anche dalle statuette fittili rappresentanti divinita’ femminili simboleggianti il ciclo della Vita e il suo “magico” perpetuarsi, fece del culto “panteistico” della “Natura” come ordine cosmico regolato dal principio di “Armonia” il cardine della propria trascendenza.

Da una simile visione della Vita non puo’ non essere disceso un ethos in cui la sessualità fosse vissuta come libero e giocoso incontro dei corpi segnato solo dal vincolo del reciproco piacere.

Ancora, l’ Eidos cretese contribui’, evidentemente, ad anestetizzare Thànatos e a respingere, rifiutandola, la seduzione del Potere, e a incanalare le energie vitali verso il “Bello” – che si oggettivo’, come sappiamo, attraverso l’ “Arte”, in un prorompente, formidabile rigoglio creativo-culturale – peraltro non solo “materiale” (scultura, pittura, artigianato, ma anche musica, danza e, ancora, attività ludiche e di carattere sportivo).

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Non resta, a questo punto della digressione, che lo spazio per un accorato rimpianto. La primigenia sintonia con la Natura sarebbe stata definitivamente smarrita col trionfo del razionalismo continentale cartesiano, del culto illuminista della Ragione astratta, delle Scienze Nuove e dello Scientismo, e con esso del dispiegarsi delle conseguenze aberranti dell’ “abuso della Ragione” – tòpos tanto caro a Giacomo Leopardi. Della “visione” armoniosa della Vita, della meravigliosa eredita’ ideale delle antiche civiltà’, la contemporaneità’, ormai anestetizzata, dimentica e disabituata al “Bello”, ha perso, ormai, ogni memoria.

E’ un tradimento, quello perpetrato ai danni di se stesso, al quale l’Uomo, vittima della perversa, chimerica illusione di un destino manifesto fatto di “progresso” e “civilizzazione” intesi come ineluttabile cammino verso una societa’ tecnologica sempre perfettibile e, dunque, ipostatizzata come “migliore”, non potra’ piu’ porre rimedio.

Parafrasando Nietzsche, può  dirsi: l’Umanesimo e’ morto. E, con esso, la speranza di recuperare l’intimo significato della Vita. Per sempre perso.

Fonti: Riflessioni.it (Le radici cancellate dell’Occidente – Luigi Giulizia)

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