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Le Sirene non abitano più qui

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Da “La Repubblica” del 16/09/2009 – Articolo di Vincenzo Spagnuolo Vigorita (estratto)

[ Capri e i Faraglioni dalla Baia di Ieranto. Fotografia Antonino De Rosa 2015 ]

Poco più di cento anni fa, nel 1909, l’ inglese Norman Douglas finiva di comporre il suo libro più bello e famoso: “Siren Land”, la “Terra delle Sirene”, un’ode al fascino e alla struggente bellezza senza tempo di un lembo di Terra costiera – quella compresa tra Sorrento e Positano – baciata dagli déi.

Douglas non esita a indicare nel Monte San Costanzo, che in territorio di Massa domina la Punta della Campanella, il punto dove l’ occhio meglio scopre le meraviglie di quella Terra, nell’ assonanza di toponimi indimenticabilii: Li Galli, le Sirenuse, Ieranto, il Minervae Delubrum; Capri a fronte; in lontananza, Punta Licosa e la città Partenope.

Sappiamo bene che tutto scorre e muta, e mai così velocemente come nel passato “secolo breve”. Mutano luoghi, ricordi, atmosfere. Intendiamoci, tuttavia. Lo stesso Douglas coglieva sì il miracolo delle Sirene e ne sentiva rinnovarsi il canto, ma non si faceva illusioni.

Cento anni fa, appunto, già scriveva che le Sirene non cantano più nemmeno in Grecia, non cantano più le cicale, l’ estate è finita.

Cosa troverebbe, oggi, degli incanti di cui sognava e scriveva?

Credo gli verrebbe un infarto.

La terra è spruzzata di cemento e di abusi; il mare è inquinato da scarichi e liquami, violato da mille galleggianti con trichechi al posto delle dolci Sirene.

Nella già silenziosa e riservata Capri si esibiscono zotici e giapponesi al flash. Nella più lontana Partenope, pur santificata al nome, si pensa ormai che le sirene siano soltanto quelle della questura.

Pure, terra e mare conservano tracce dell’ antica civiltà, risplendono a tratti dell’ antica bellezza. Chi torni lento al tramonto col gozzo da Capri verso la costiera lubrense naviga col sole alle spalle in un mare di oro e di azzurro, e può ritrovare l’ eternità, come scoperta da Baudelaire, nella fusione del sole col mare. Disperso è, invece, e io credo perduto, lo spirito degli uomini, in caduta verticale come la cultura, la sensibilità, l’ amore per il bello, l’ eleganza interiore.

L’ Ulisse – ancora lui! – di Dante tentava di ammonirci a non vivere come bruti.

Temo però che a un Douglas redivivo – il quale si presentasse alla nostra porta per rivedere con noi, oggi, il mito delle sue Sirene – potremmo offrire sì, una gita in gozzo, quelli che non l’ hanno ancora venduto per sfrecciare oltre il superato romanticismo. E per il resto? Qualche architettura perversa da geometra, un colto e sottile burraco, diurno e notturno, col limoncello fatto in casa dal tricheco di turno.

Le Sirene non dormono con noi.

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Una teoria intellettuale dell’omosessualità

 

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L’antropologo funzionalista britannico Gregory Bateson dedicò parte del suo fieldwork allo studio della struttura socio-culturale degli Iatmul, una popolazione indigena della Nuova Guinea.

Bateson fu incuriosito, tra gli altri peculiari tratti culturali degli Iatmul, da uno strano cerimoniale che costoro praticavano per sancire pubblicamente il passaggio di individuo da una condizione sociale ad un’altra o per rivestire di “sacro” un’azione cui la collettività riconnetteva un particolare valore – ad esempio la cattura, da parte di un adolescente, della prima preda di caccia (che ne sanciva l’ingresso nell’età adulta).

La particolarità di questo “rito di passaggio” risiedeva nell’esteriorità della sua liturgia: I familiari del soggetto festeggiato, maschi e femmine, indulgevano infatti in atteggiamenti che oggi potremmo definire ricorrendo al termine tanto in voga di ”transgender”, travestendosi ed assumendo il contegno emotivo esteriore tipico del sesso opposto. Così, ad esempio, il fratello della madre – figura centrale in molti sistemi di parentela “tribali” -, avrebbe potuto indulgere, nei confronti del “giovane-adulto”, in manifestazioni d’affetto che l’eidos (cioè l’ “ideale culturale” della società Iatmul) non gli avrebbe consentito di esternare; allo stesso modo, la madre avrebbe potuto affrancarsi dall’eidos, che imponeva alle femmine di mantenere un contegno sottomesso, dolce e remissivo nei confronti degli individui di sesso maschile, assumendo un ethos (un contegno emotivo esteriore) improntato alla “fierezza” per l’azione compiuta dal figlio.

Le categorie concettuali di Eidos (“ideale culturale di una società”) ed Ethos (“contegno emotivo esteriore condizionato dall’Eidos“), suggeriscono, a ben vedere, una nuova possibile interpretazione del fenomeno della dilagante omosessualità all’interno delle società “occidentali” come esito inevitabile della guerra combattuta negli ultimi decenni per distruggere, in chiave antinietzschiana, l’eidos occidentale sedimentatosi nel corso di duemila anni di storia.

L’erosione dei ruoli codificati nell’eidos occidentale, il loro annullamento e, infine, il loro sovvertimento, riflette il disagio di una società prigioniera di un ethos che avverte “inadeguato” rispetto all’esigenza di un libero, compiuto, svolgimento della personalità.
Non v’è da meravigliarsi, dunque, della deriva etica omosessuale nelle societa’ occidentali: Essa non è che l’oggettivazione del disagio legato all’inadeguatezza del codice etico scolpito in un’eidos percepito come superato.

Gli outing di massa e le rivendicazioni, spesso grottesche, di una parte della galassia omosessuale paiono, dunque, espressione conclamata di una volonta’ di ribellione non più latente ad una camicia di forza etica e culturale eteroimposta che ha deformato i “ruoli” e l’identità di genere ad essi collegata, “cristallizzandoli” in codici di comportamento evidentemente superati o avvertiti come tali.

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Il maschio, in particolare, sembra rivendicare con sempre maggior vigore il diritto di esprimere la componente femminile della propria personalità di base; nelle società in cui le convenzioni sociali sono avvertite come particolarmente soffocanti, tale repressa aspirazione trova, evidentemente, il suo naturale sbocco in una omosessualità “intellettuale” prima ancora che “biologica”, della cui vera natura è lecito supporre che moltissimi gay-dichiarati (o convinti-di-essere-tali), ma soprattutto i paladini e le pasionarie delle rivendicazioni “omo”, siano pienamente consapevoli.

 

I dilemmi (attuali) di Aldo Moro.

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In un frangente drammatico come quello attuale, caratterizzato dall’emergere di soggetti politici formalmente democratici ma sostanzialmente autoritari come il Movimento 5 stelle, varrebbe la pena di riflettere sulla necessità – improcrastinabile – di individuare una risposta adeguata, a livello istituzionale e costituzionale, alla crescente richiesta di partecipazione diretta alla vita democratica del Paese da parte di masse sempre piu’ estese di cittadini, spesso prive della capacita’ di sintesi e della “visione d’insieme” che dovrebbero informare, sempre, la politica intesa come momento supremo di composizione delle molteplici istanze della societa’ civile.

All’uopo, consiglio – in particolare agli elettori ed ai parlamentari del Movimento 5 stelle che dovessero imbattersi nel blog – di soffermarsi sugli attualissimi interrogativi a suo tempo sollevati da Aldo Moro:

“Come conciliare l’estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative?”

“Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie?”

“Come crescere senza morire?”

Ai magniloquenti politicanti della “società civile”.

Tanti politicanti italiani – quasi tutti – straparlano di se’ descrivendosi come “paladini” della società civile.

Gioverebbe loro leggere cosa fosse, per Hegel – al quale dobbiamo la paternita’ della locuzione – la “società civile”:

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Il circolo vizioso.

“Se bastoni con nuove e maggiori imposte i contribuenti, soprattutto in un momento di crisi economica, questi debbono stringere la cinghia. Pagheranno l’Imu, ma eviteranno la pizzeria. Per sfamare la bestia statale, i contribuenti mettono a stecchetto se stessi. In un circolo vizioso. Lo Stato incassa di più, il contribuente spende di meno, il cittadino chiede aiuti che sono graziosamente elargiti dallo Stato con le risorse recuperate dai contribuenti. Ma c’è qualcuno al mondo che possa ritenere questo circuito infernale ragionevole? Sì. Coloro che grazie a questa follia ottengono potere e ruolo: burocrati e politici”

Nicola Porro

Foto: Abisso #1

Autore: Stefano Fanni [http://www.theca-art.com/]